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Rapporto annuale
2018
Diritti umani e privazione della libertà

La privazione della libertà (spesso) trascura i diritti umani

In linea di principio, ogni persona ha il diritto di spostarsi liberamente da un luogo all’altro. Nella pratica, tuttavia, questo diritto viene limitato dalla privazione della libertà e da misure restrittive della libertà con l’aggravante dell’insufficiente attenzione ai diritti fondamentali e umani delle persone interessate.

La libertà di movimento garantisce a ogni persona il diritto di spostarsi liberamente da un luogo a un altro senza che misure statali glielo impediscano. Questo diritto è sancito sia dalla Costituzione federale svizzera sia dal Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici sia dal Quarto protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non ratificato dalla Svizzera.

 

La libertà di movimento è limitata in diversi modi

Di fatto, però, la libertà di movimento viene limitata in tutta una serie di situazioni e in modi diversi.

  • La privazione della libertà è prevista dal diritto penale quale sanzione più severa applicabile per un reato. Se tale reato è particolarmente grave e sussiste il rischio di recidiva, date determinate condizioni, l’autore può essere internato a vita.
  • Limitazioni alla libertà di movimento, invece, possono essere poste anche alle persone (ancora) incensurate, basti pensare ai fermi provvisori da parte della polizia di persone sospettate di voler commettere un delitto in un vicino futuro o che costituiscono una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblici (p.es. nell’ambito di dimostrazioni o eventi sportivi), alla carcerazione preventiva o alle misure preventive volte a combattere il terrorismo.
  • Oltre al diritto penale e di polizia, anche il diritto in materia di stranieri contempla misure restrittive della libertà: per esempio stabilisce che le persone senza un permesso di soggiorno valido che devono lasciare la Svizzera possono essere incarcerate in vista del rinvio coatto fino a di 18 mesi, o ancora che nei confronti dei cittadini stranieri tenuti a lasciare la Svizzera può essere pronunciato un divieto di accedere a un’area.

 

La privazione della libertà è da sempre un asse di ricerca principale del CSDU

Su questo sfondo, dalla sua creazione il CSDU si è più volte occupato dei diritti umani delle persone private della libertà. Dal 2016 tale tema è diventato un asse di ricerca principale del Centro. Gli studi da esso condotti in questo ambito riguardano per esempio il regime di isolamento nelle sezioni di massima sicurezza, le condizioni di detenzione negli istituti di carcerazione preventiva, la protezione giuridica per le persone private della libertà, i limiti stabiliti dai diritti umani nei rimpatri coatti di cittadini stranieri, le condizioni di detenzione delle persone internate o ancora gli standard relativi ai diritti umani in materia di ricovero coatto in istituti medico-sociali.

La privazione della libertà sotto il microscopio

La valutazione delle misure restrittive della libertà è imperniata sulle seguenti domande:

  • La misura in questione limita la libertà oppure priva della libertà?
  • La misura è stata ordinata nel rispetto della legge?
  • Le condizioni della detenzione o della restrizione della libertà sono conformi ai diritti umani?
Intervista ad
Alberto Achermann
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In Svizzera i diritti dei detenuti sono perlopiù rispettati, ma ci sono anche penitenziari che non soddisfano gli standard di tutela dei diritti fondamentali e umani. Secondo Alberto Achermann, professore di diritto della migrazione all’Università di Berna e presidente della Commissione nazionale per la prevenzione della tortura (CNPT), la struttura federale della Svizzera offre buone possibilità di introdurre innovazioni.

CSDU: Alberto Achermann, qual è la situazione dal punto di vista dei diritti umani nelle carceri svizzere?

Alberto Achermann: Per cominciare, gli aspetti positivi: in Svizzera, l’infrastruttura soprattutto degli istituti di pena più grandi è in buone condizioni e molti offrono condizioni di detenzione esemplari. Ciò nonostante, i problemi non mancano. Per esempio, nei penitenziari più piccoli le possibilità di occupazione e l’assistenza sanitaria sono spesso insufficienti. Inoltre, si presta troppo poca attenzione alle differenze tra i vari regimi detentivi.

Può citare alcuni esempi?

La CNPT si occupa regolarmente della carcerazione preventiva. Per chi è sottoposto a questo regime vale la presunzione di innocenza e lo scopo della carcerazione è unicamente quello di impedire la fuga, la collusione o la reiterazione di un reato. Eppure, in Svizzera le persone che si trovano in carcere preventivo vivono quasi sempre in condizioni peggiori rispetto a chi sconta una pena detentiva. Per esempio, capita che rimangano chiuse in cella per 23 ore al giorno, che possano vedere i loro familiari, il loro compagno o la loro compagna unicamente attraverso un vetro o che debbano starsene tutto il giorno con le mani in mano. Anche le persone incarcerate in attesa di rinvio coatto che non hanno commesso alcun reato sono spesso trattate con eccessiva severità. Per esempio, benché non ve ne sia alcun motivo, alla maggior parte di loro viene negato l’accesso a Internet, una palese violazione del principio della proporzionalità.

Perché le cose stanno così?

Molto spesso, le persone in carcerazione preventiva o in vista del rinvio coatto vengono trattate alla stregua di condannati adducendo la mancanza di mezzi per gestire un regime di detenzione specifico per questi gruppi. Spesso, tuttavia, si tratta di pura e semplice consuetudine dato che per la carcerazione amministrativa non esiste alternativa se non la prigione tradizionale.

Cosa si può fare per migliorare la situazione?

In Svizzera, l’esecuzione delle pene e la carcerazione amministrativa sono di competenza dei Cantoni. La Confederazione non può quindi regolamentare le condizioni di detenzione in modo uniforme. Di conseguenza, esse differiscono notevolmente da un Cantone all’altro. Per esempio, vi sono istituti di pena in cui l’assistenza medica è gratuita, altri in cui ogni visita costa 5 franchi e altri ancora che prevedono una franchigia annua di 300 o 400 franchi; vi sono prigioni in cui i detenuti non escono praticamente mai dalla loro cella e altri, com’è il caso del centro ginevrino di detenzione in vista del rinvio coatto di Frambois, in cui cucinano insieme e possono lavorare nell’orto.

Il federalismo ostacola quindi il miglioramento delle condizioni di detenzione?

Non necessariamente. Capita di continuo che un Cantone usufruisca della propria libertà di azione e adotti miglioramenti dal carattere pionieristico.

Può menzionare qualche esempio?

Il Cantone dei Grigioni ha introdotto nel penitenziario Realta la distribuzione di eroina durante l’esecuzione della pena; il carcere Grosshof di Kriens fa sì che i detenuti non perdano l’autonomia o la capacità relazionale, indispensabili per il reinserimento nella società. Come ho già citato, c’è poi il centro Frambois che offre la possibilità di cucinare e di lavorare nell’orto.

“Come vorremmo essere trattati se fossimo noi a finire dietro le sbarre?”

 

Facendo l’avvocato del diavolo: perché i detenuti dovrebbero passarsela bene? Dopo tutto stanno scontando una pena.

Innanzitutto, la legge prescrive che la pena consiste nella privazione della libertà in quanto tale. Per il resto, la vita tra le mura di una prigione deve essere il più possibile simile a quella fuori dal carcere. In secondo luogo, vi sono principi etici da tenere in considerazione: come vorremmo essere trattati se un giorno fossimo noi o i nostri figli a finire dietro le sbarre? Dovrebbe essere questo il nostro metro di giudizio. Infine, non dobbiamo dimenticare che lo scopo dell’esecuzione di una pena non è solo punire, ma anche risocializzare. Una persona che dopo aver scontato la sua pena torna nella società non deve riprendere a delinquere. Nessuno lo vuole.

A Suo modo di vedere come evolverà l’esecuzione delle pene?

Constatiamo che nei settori oggetto di critiche, come la carcerazione preventiva o la carcerazione amministrativa prevista dal diritto in materia di stranieri, la mentalità delle autorità competenti è cambiata, tra l’altro in seguito a studi realizzati dal CSDU e dalla CNPT. Confederazione e Cantoni hanno fondato insieme il Centro svizzero di competenze in materia d’esecuzione di sanzioni penali (CSCSP) il cui compito consiste nell’agevolare la collaborazione e nello sviluppare buone pratiche. Pure i suoi corsi di formazione per il personale carcerario hanno contribuito a migliorare la qualità e ad adeguare gli standard.

“Constatiamo che la mentalità delle autorità è cambiata.”

 

Quale ruolo riveste il CNPT in questo processo?
Il CNPT partecipa a questo processo segnalando situazioni irregolari e formulando proposte per porvi rimedio. Il nostro approccio non è mai incentrato sul confronto, cerchiamo piuttosto la collaborazione con la direzione di uno stabilimento nel quale abbiamo riscontrato carenze. Inoltre raccomandiamo ai Cantoni di adottare le innovazioni che si sono dimostrate valide in altri. Questo modus operandi si è rivelato efficace.

Il Prof. Dr. Alberto Achermann è avvocato e professore di diritto della migrazione all’Università di Berna. Dal 2016 è presidente della Commissione nazionale per la prevenzione della tortura (CNPT). Nato a Madrid, ha studiato all’Università di Berna (esame di avvocatura 1988) e all’Università di Firenze (EUI; LL.M. in European, International and Comparative Law). È stato anche segretario centrale dell’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (OSAR) e membro della Commissione federale contro il razzismo (CFR).


 

I vari regimi di detenzione sono troppo poco differenziati

Dagli studi citati si può concludere che spesso, nella prassi, le differenze tra i vari regimi di detenzione sono troppo poco considerate. Per esempio, benché per le persone in carcere preventivo valga la presunzione di innocenza, spesso le condizioni di detenzione in questo regime sono più restrittive che in quello dell’esecuzione ordinaria delle pene. O ancora, nonostante le persone internate abbiano scontato la loro pena e rimangano in prigione solo al fine di proteggere la collettività, l’esecuzione dell’internamento è pressoché identica all’esecuzione delle pene.

La limitazione dei diritti fondamentali e umani delle persone detenute è ammissibile soltanto se ciò serve allo scopo della carcerazione o alla convivenza nell’istituto di esecuzione.

In questo contesto risulta centrale il principio della proporzionalità, secondo il quale i diritti fondamentali e umani delle persone detenute possono essere limitati soltanto nella misura in cui lo scopo della carcerazione e la convivenza nell’istituto di esecuzione lo richiedano. Nella prassi, tuttavia, questo principio viene scarsamente considerato causando limitazioni sproporzionate delle possibilità di contatto con familiari o conoscenti. Oltre a ciò, anche il federalismo è in parte responsabile dell’attuazione carente delle prescrizioni in materia di diritti umani: per esempio nel campo dell’assistenza medica delle persone detenute sussistono grandi differenze tra i vari istituti di pena (vedi al riguardo l’intervista al Prof. Achermann).

 

Misure restrittive della libertà nel settore dell’asilo

Nei suoi studi, il CSDU non esamina unicamente la privazione della libertà in senso stretto. Uno di essi, per esempio, ha analizzato la compatibilità con i diritti umani dell’alloggio dei richiedenti l’asilo ed è giunto alla conclusione che la privazione della libertà in ambito migratorio può entrare in considerazione esclusivamente per impedire l’entrata illegale in Svizzera, per garantire l’esecuzione di un obbligo imposto dalla legge o per attuare un procedimento di espulsione.

La distinzione tra privazione e restrizione della libertà è di fondamentale importanza e non può essere ambigua.

Se l’emanazione di una misura restrittiva della libertà non serve a nessuno degli scopi citati – com’è il caso dell’alloggio dei richiedenti l’asilo – essa non può prevedere una privazione della libertà vera e propria. Questo scenario potrebbe nondimeno verificarsi quando il regime dell’alloggio in combinazione con la restrizione della libertà di movimento raggiunge un livello tale che, di fatto, si deve parlare di una situazione di detenzione. Come menzionato sopra, ciò sarebbe consentito soltanto in presenza di un motivo di carcerazione. Inoltre, la misura in questione dovrebbe essere disposta ed esaminata da un giudice. Quanto emerso dallo studio condotto dal CSDU sottolinea l’importanza fondamentale di operare una distinzione netta tra privazione e restrizione della libertà.

 

Successi concreti

Le conclusioni del CSDU sono state ben accolte anche dagli addetti ai lavori. Persone attive nell’esecuzione delle pene hanno spesso consentito al Centro di osservare da vicino il loro operato e gli esiti di questa cooperazione sono sfociati in risultati concreti: soprattutto in collaborazione con la Commissione nazionale per la prevenzione della tortura (CNPT) è stato possibile apportare determinate modifiche alla prassi dell’esecuzione delle pene. Attualmente, per esempio, è in corso in diversi cantoni un adeguamento del regime della carcerazione preventiva alle prescrizioni in materia di diritti umani.

Aggiornamenti regolari sulla privazione della libertà

Il CSDU allestisce ogni tre mesi un “Update” (in tedesco) sulla giurisprudenza nazionale e internazionale rilevante, e sugli interventi politici riguardanti la privazione della libertà focalizzandosi sulla forma di quest’ultima.

Studi e rapporti del CSDU e della CNPT sulla privazione della libertà

 

Rapporto annuale CSDU 2018
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